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Guido Guidi

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Ferruccio Rontini

Ferruccio Rontini (1893-1964) nacque a Firenze nel 1893. Fin da giovane, Rontini dimostrò di possedere notevoli doti per il disegno e per la pittura e per questo fu incoraggiato dallo zio paterno Alessandro Rontini, già pittore ed affermato restauratore di opere d’arte antica, ad assecondare la propria inclinazione.
Nel 1909, per seguire il padre, il quale lavorava come ispettore amministrativo delle ferrovie, l’intera famiglia si trasferì a Livorno, città nella quale l’artista trascorse la maggior perte della propria vita. Nello stesso anno decise di iscriversi presso l’Accademia di Belle Arti, dove si diplomò a pieni voti. Ottenne così, grazie alle sue abilità, anche l’abilitazione all’insegnamento del disegno, ma non volle intraprendere questo percorso, tanto era forte il suo desiderio di dipingere.
Svincolato dai dettami accademici, infatti, potè dedicarsi a tempo pieno alla pittura dal vero, in piena linea con l’eredità lasciata dai suoi celebri predecessori toscani. Lo “stile della macchia” lo coinvolse fin dagli esordi della sua carriera quando, già nel 1914, partecipò ad una collettiva ottenendo grandi consensi e cominciò a frequentare il noto Caffè Bardi, ritrovo abituale per artisti ed intellettuali livornesi.
Ferruccio Rontini, attraverso il personalissimo stile delle proprie opere, contribuì a vitalizzare ulteriormente questa situazione, riuscendo a riunire, anche grazie alla sua formazione fiorentino-livornese, le caratteristiche artistiche delle due città protagoniste della pittura toscana fra Ottocento e Novecento.
Successivamente, Rontini entrò anche a fare parte della Scuola del Novecento, la quale si era costituita spontaneamente, a partire dalla tradizione pittorica livornese, formata da un gruppo di pittori figurativi che non si erano dotati a priori di canoni e regole uniformi.
Allo scoppio della prima guerra mondiale, l’artista venne chiamato a prestare il suo contributo al fronte. Tornato dalla guerra, si stabilì per un certo periodo in Maremma, luogo proficuo per la sua produzione pittorica dominata da: campagne, casolari, boschi, fossi, mandrie.
Nel 1920 Rontini fu tra i protagonisti della prima riunione del Gruppo Labronico, figurando tra i firmatari dell’atto di fondazione del Gruppo stesso.
Nel 1921, a seguito di un anno molto difficile dal punto di vista della sua salute, anche a seguito del consiglio del medico, si spostò a Livorno dove, nel 1922, si tenne un’importante esposizione con circa sessanta dipinti.
Nel 1924 partecipò alla VII Mostra del Gruppo Labronico, mentre nel 1925 partecipò a diverse esposizioni a Livorno, tra le quali una presso le sale di Bottega d’Arte. Nel 1925 partecipò, nuovamente, alla X Mostra del Gruppo Labronico e alla Biennale di Milano.
Tra la fine degli anni Venti e l’inizio degli anni Trenta proseguì, quasi incessantemente, la sua attività espositiva all’interno del contesto artistico e culturale livornese, sia attraverso mostre personali che collettive.
Dopo un periodo di assenza dalla scena pubblica tra il 1930 e il 1936, in cui Rontini decise di ritirarsi per riflettere e condurre i suoi lavori dal vivo, ritornò prepotentemente sulle scene attraverso una personale presso la casa d’Arte di Livorno, nel 1936.
La fine degli anni Trenta fu caratterizzata per Rontini da numerose difficoltà, sia sul piano fisico che su quello economico. L’artistà, nel continuare a lavorare dal vero, iniziò ad essere accompagnato dal figlio, il quale cominciò il suo apprendistato attorno agli inizi degli anni Quaranta.
Alla fine degli anni Quaranta si stabilì definitivamente a Vicchio e nel 1950 decise di aprire, con l’aiuto del figlio, un proprio studio a Livorno, allo scopo di tenere un contatto più diretto con il pubblico e a far conoscere le sue nuove creazioni. Le sue mostre, fino alla sua morte, furono curate prevalentemente dal figlio.
Rontini si spense, improvvisamente, nel 1964.

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