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Guido Guidi

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Ulvi Liegi

Ulvi Liegi (1858-1939), nome che in realtà è pseudonimo di Luigi Mosè Levi, nacque in una agiata famiglia ebraica livornese, mosse i primi passi nel mondo dell’arte presso la scuola di Carlo Markò e Luigi Corsi, e dagli anni Ottanta si recò presso l’Accademia di Firenze per completare i suoi studi.
Esordì, appena ventenne, presso la Promotrice di Firenze, città che divenne punto di riferimento per l’artista, sede dei suoi contatti e delle sue amicizie, ottenute alla fine dell’Ottocento presso il gruppo dei Macchiaioli.
U. Liegi PagliaiContemporaneamente alla sua principale attività di pittore, sviluppò un certo interesse anche per le altrui opere, intraprendendo un’attività di collezionista. Questo suo gusto per il mecenatismo si espresse anche nella promozione di un concorso, il cui premio, costituito da un mese di studi a Firenze, fu a carico dell’artista finchè potè godere delle fortune della propria famiglia.
Nel 1886 si recò a Parigi, dove incontrò Federico Zandomeneghi, il quale stava esponendo all’ottava ed ultima mostra degli impressionisti. Successivamente si recò a Londra, dove partecipò ad alcune esposizioni e mostre e due dei suoi paesaggi furono scelti da Telemaco Signorini per partecipare all’Esposizione Universale di Parigi.
Dopo il 1895 si trasferì a Firenze ed intensificò la produzione dei suoi paesaggi, influenzato dalle bellezze naturali dei colli toscani. La serenità e la stabilità di questi anni gli permisero di nutrire la propria creatività con nuove sperimentazioni, giungendo alle accese tonalità che dominarono le sue opere.
Dopo una sosta di qulache anno, nel 1913 riprese la sua attività espositiva partecipando alla II Mostra d’Arte Livornese e l’anno successivo partecipò alla Prima Esposizione Invernale d’Arte Toscana, tenutasi a Firenze. Nel 1918 tenne la sua prima personale presso laU. Liegi Porta Romana a Livorno Galleria Mario Galli a Firenze.
La produzione tra gli anni Venti e Trenta non vide grandi trasformazioni, alle immagini maggiormente aderenti agli aspetti naturali, si alternarono suggestive visioni ipercolorate.
Nei primi anni Venti partecipò anche alle esposizioni del Gruppo Labronico, da poco costituitosi, di cui fu nominato presidente a vita. Il suo legame con il nuovo gruppo livornese, il quale spesso espose a Milano alla Galleria Pesaro, ed il ruolo di primo piano attribuitogli, ne garantirono il successo e la memoria a livello nazionale, ma tuttavia non lo risollevarono dalla miseria.
Nel 1932 il Comune di Livorno lo premiò con una medaglia d’oro per l’alto valore artistico delle opere e per l’impegno profuso nell’attività culturale della città.
Morì in povertà nel 1939.

La sua arte fu percorsa da un tratto signorile ed elegante, mai banale o superficiale. La sua eleganza stette nella sapienza degli accordi cromatici delicatemente accostati e nell’attenta ricerca sul colore stesso. Ebbe inoltre, la capacità di cogliere i dati essenziali e di registrarli in una sintetica ottica attraverso la quale il paesaggio risultava immediato e naturale. Linguaggio agile e schietto che affascinò per il suo essere lineare e puro e che lo porterà a conquistare consensi anche al di fuori dei confini italiani. Egli amò viaggiare ed i contatti con le altre tendenze giovarono al suo linguaggio, che si manterrà comunque personalissimo. Fu influenzato in una prima fase dallo stile di Signorini, per poi sviluppare il suo personalissimo senso di  luminosità reso attraverso la costruzione a macchie, in grado di creare i suoi caratteristici spazi limpidi.

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