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Guido Guidi

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I Postmacchiaioli

Una data che indichi con assoluta certezza, l’anno, il giorno o il momento della fine dell’esperienza culturale ed estetica dei Macchiaioli non è possibile fornirla. In realtà, ai principali protagonisti di quella che fu una tra le più innovative esperienze artistiche per l’arte contemporanea italiana, seguirono ondate di giovani artisti, che a quella scuola e a quegli ideali estetici facevano riferimento.
L. Lloyd Il raggioDopo i fervori della riforma macchiaiola tra gli anni Cinquanta e Sessanta, iniziò un’operazione di modifica di quelle che furono in precedenza le ragioni e riferimenti culturali alla base del grande rinnovamento toscano, trovando qua e là aspetti del naturalismo internazionale di stampo parigino.
Alcuni degli artisti del gruppo toscano erano scomparsi prematuramente, altri si trasferirono definitivamente a Parigi ed altri ancora rivolsero il proprio percorso artistico verso strade diverse, personali. Si dileguò così la scuola, dando spazio ai primi eredi di quel sistema di dipingere. L’ufficialità pittorica fiorentina stava passando nelle mani dei cosiddetti allievi del grande movimento ottocentesco.
In realtà, il termine Postmacchiaioli, che racchiudeva un pò sotto il medesimo titolo tutti i pittori toscani attivi tra il 1880 ed il 1920, voleva polemicamente indicare tutti quei pittori che, pur nella declinazione di alcuni principi macchiaioli, furono capaci di tendere ad una visualità rinnovata, carica di una percezione aperta verso il nuovo secolo.
Tra gli artisti che possono essere collocati sotto la dizione di Postmacchiaioli vanno ravvisate alcune differenze, in merito soprattutto alla loro formazione. Vi sono infatti coloro che furono allievi diretti e compartecipi dei grandi artisti Macchiaioli dopo il 1870, legati soprattutto alle figure di Giovanni Fattori e Silvestro Lega. A questi vanno aggiunti coloro che la critica ritiene di poter considerare pienamente Postmacchiaioli come Mario Puccini, Ulvi Liegi, Plinio Nomellini, Giovanni Bartolena, tutti o quasi, livornesi o operanti in quella città, che come Firenze, negli anni precedenti, fu il centro di sviluppo delle nuove idee della Scuola toscana.
P. Nomellini Aratura
La volontà negli anni Ottanta dell’Ottocento sembrò voler essere quella di consacrare Livorno come luogo di ricambio attivo di un ristagno nel costume artistico fiorentino. Una conferma su tutte fu l’Esposizione Nazionale d’Arte tenutasi nella città nel 1886, che si propose una periodicità che poi non ebbe, e che fu uno dei primi casi di manifestazioni artistiche tenutasi in località turistiche. Lo scopo fu quello di richiamare il mondo artistico toscano ed in particolar modo fiorentino, non soltanto i grandi artisti del passato ma anche le nuove generazioni, che, seppur poco rappresentate, dimostrarono già una certa inquietudine e disagio. La mostra, pur proponendosi di promuovere le nuove generazioni del naturalismo riformato, ebbe l’intento di prolungare ancora per qualche decennio un’estetica formale ormai priva di motivazioni attive.
L. Lloyd Lo studio del pittore MicheliQuesti giovani si formarono con un’idea del dipingere che, proponendo un mutato rapporto tra l’oggetto e la sua percezione, porterà alla definizione delle avanguardie storiche. Molti di essi si formarono a Livorno, e numeroso presso la scuola di Guglielmo Micheli, amatissimo e mediocre allievo di Giovanni Fattori. Alcuni di loro furono suoi allievi diretti, altri ne frequentarono lo studio. Micheli riuscì a svolgere il ruolo di collegamento tra il suo vecchio maestro ed il nuovo gruppo di ragazzi. Quasi tutti giovani della medio borghesia, essi rifiutarono una formazione accademica che avrebbe rischiato di spegnere il loro desiderio di sperimentazione. La scuola di Micheli offrì loro la possibilità di sperimentare dal vero, osservando l’oggetto direttamente.
L’immagine doveva essere costituita tramite la giustapposizione di volumi e spazi, pieni oppure vuoti, attraverso metodi non consoni ai dettami tardoimpressionisti o simbolisti.

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